Amor Vacui significa anche sgombrare il campo disciplinare da considerazioni incongruenti, categorie di giudizio non appropriate, unità di misura non coerenti. Occorre farlo anche se ciò comporta qualche ferita al nostro orgoglio di architetti progressisti (tutti gli architetti si sentono in qualche modo progressisti, anche quelli che votano per Forza Nuova) e alla nostra illusione di poter fare qualcosa per cambiare il mondo.

  • L’etica in architettura coincide fondamentalmente con l’estetica. Ciò non significa che all’etica venga assegnato un ruolo secondario: al contrario l’etica propriamente detta si colloca su un piano superiore, sovraordinato – o, se si preferisce, inferiore, cioè fondante – rispetto all’agire architettonico come a qualsiasi altro campo artistico.
  • L’architettura fornisce risposte in termini di forma, spazio, costruzione. Ne consegue che essa debba rispondere solo a domande di forma, spazio, costruzione: “architetto vorrei una bella casa”. Sono da rigettare come non congruenti tutte le domande (che spesso sono domande a se stessi) di carattere sociale, economico, politico: “miglioriamo la vita di questo quartiere”.
  • Ci si può schierare dalla parte dei cattivi o dalla parte dei buoni, ma poi, per gli uni come per gli altri, non si dovrà essere altro che bravi architetti.
  • La bella architettura non rende gli uomini più buoni, quella brutta non li rende più cattivi.
  • Il massimo risultato a cui
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    un architetto può tendere è di rendere qualcuno felice. N.B. solo “qualcuno”: per pochi volti sorridenti tanti saranno coloro che si riterranno offesi, danneggiati, umiliati dal vostro progetto. N.B. II solo “felice”, che non vuol dire buono o migliore: immaginiamo che Benito Mussolini sia stato colto dalla gioia nel vedere per la prima volta la sagoma perentoria e insieme enigmatica del Palazzo della Civiltà Italiana stagliarsi contro il cielo di Roma.

  • “Siamo servi inutili” (Lc 17, 10): quando pensiamo di aver contribuito a risolvere i problemi climatici del pianeta terra collocando sapientemente un pannello fotovoltaico, quando crediamo di aver allentato le tensioni sociali di un quartiere introducendo un’illusoria mixité (concretizzata nella variazione saltuaria del taglio degli alloggi), dobbiamo tenere bene a mente il monito evangelico.
  • L’intricata complessità del mondo contemporaneo rende pressoché impossibile ogni previsione attendibile sulle ricadute positive o negative dell’architettura in campo sociale, economico o politico. O perlomeno impedisce tale capacità predittoria agli architetti stessi, ovvero a chi ha passato cinque anni – come è giusto che sia – (non) studiando monografie su Le Corbusier, (non) leggendo riviste di carta patinata, arrovellandosi la testa su come allineare un testo ad un’immagine su un formato A0, modificando compulsivamente i parametri di 3dStudioMax, ritagliando sagome di alberi, uomini, automobili su Photoshop, incollando cartoncini, recandosi in pellegrinaggio nella Porto di Siza e nella Berlino di Eisenman e Piano, consumando le suole all’Arsenale di Venezia, citando le “Città Invisibili” di Calvino, fingendo di leggere Heidegger, Derrida e Guattari.
  • Studenti di architettura: ne ha rovinati di più la sociologia che la scienza delle costruzioni.
  • Sostenibilità: una parola che andrebbe abolita dal lessico architettonico a meno di non essere obbligatoriamente accompagnata da una specificazione approfondita relativa al campo di applicazione; “sostenibile economicamente per la popolazione di New York” (ma probabilmente non per quella di Kinshasa), “sostenibile energeticamente” (ma probabilmente non economicamente), “sostenibile economicamente” (ma probabilmente non politicamente).
  • La città più verde al mondo è con buona probabilità Chernobyl: vegetazione rigogliosa e popolazione azzerata.
  • “Less esthetics, more ethics”: mai titolo di Biennale fu più furbescamente cinico e ipocrita di quello scelto da Massimiliano Fuksas per l’edizione del 2000 da lui curata.